venerdì 25 aprile 2008
Quell'Amore
vive per sé
preso in un circuito
esistenziale
Il tempo
non ha cuore
e così lui corre
cieco
e mai
tranquillo
muore.
Fuggi straniero
per città inesplorate
cercando un seme
che coltiverai altrove
Annusando un profumo
che da lui ti porterà lontano
e verso un altro fiore...
Ma il tuo respirare è vano
Soffocato questa sera
in un sorriso che non scordi
e ti cerca con lei...
Vien appresso a te annunciato
dalla voce sentita un tempo
dentro fin dove il mostro s’è svegliato
Quel giorno in cui un parola bastava
a spezzare in due il mondo
Tu.....................Lei
e un addio al confine.
Vien appresso a te
Guarda Attende... la crepa
su quel muro di pietra
prima dell’oblio
E scava ricordi che ti sei taciuto
Lacrime infine
domenica 20 aprile 2008
Sopra un treno
Scollato dalla realtà
senza colpe senza saperlo
ti ritrovi in un binario parallelo
a viaggiare sopra un treno
da cui s’intravedono altri passeggeri
dentro ad altre carrozze
verso altre stazioni.
Distratto dall’illusione
frastornato nel movimento
sei convinto che tu
proprio tu
stai andando dove chiedevi
e sfidi l’attesa leggendo
nei volti che scivolano accanto
i motivi delle gioie e delle tristezze
che disegnano sulla pelle
un senso al prezzo del biglietto.
Ma distolto lo sguardo, in un istante
quelli sono già perduti
lungo rotaie inghiottite dal tempo...
Era mai accaduto che svanissero, così?
Le valigie che sbattono
le voci rinfuse in un sibilo
carte di giornali che s’accartocciano...
niente, ma dove?
Ehi, tu! Svegliati e fa quello che devi!
“Documento di viaggio, prego”
L’uomo col cappello del capitano è impaziente
“Mi sente? Prego, favorisca il biglietto!”
Ora, mio caro stupefatto passeggero
hai indugiato troppo a lungo
in questa stazione sparsa
di mozziconi ancora fetenti
dei tuoi dubbi sul ritardo di lei,
veditela con lui!
Vorresti esser lontano con loro?
Esserti procurato un biglietto simile
e scelta una carrozza con sedili imbottiti?
Ti rendi conto che hai vissuto
nell’illusione ottica di due treni
che sfrecciavano l’uno accanto all’altro
mentre il tuo, in realtà
chissà dove chissà quando s’è fermato
in una città di fantasmi,
che si divertono a giocar con te
perché sono belli, ma anche morti
sono ricordi e nient’altro più?
Ti nascondono una verità misera e secca.
Lei qui, non arriverà
sabato 19 aprile 2008
15-4-08
Certi giorni passano che mi guardo attorno chiedendomi confuso se non ci fossi già passato, se quei volti non mi abbiano già detto quella cosa. A lezione chiedo se quel tal posto è occupato, o forse lo era ieri? Il tizio dell’edicola ogni mattina è distratto a leggere borbottando un titolo in uno scaffale sopra la testa, e impiega esattamente lo stesso imbarazzante tempo di sempre a reagire alla porta che sbatte e lanciarmi il solito. Mi saluta chiamandomi ‘caro compagno’ con un repentino tono ufficiale, saltando sulla sedia quasi a giustificare quell’irriguardevole ritardo, ma il più delle volte solo un ‘ciao caro’ che tanto basta a riconciliarmi col mondo appena inizia la giornata. Porta un cappellino con visiera verde sbiadito e occhiali grandi quanto una maxi-pizza, così spessi che offrono un senso alternativo all’idea di prospettiva. Ha il suo mondo di carta dove ficcarsi, una moglie e un cane che lo porta ad uscire tre volte prima della chiusura, grazie soprattutto alle irridenti parole sulla targhetta ”Torno subito”. E’uno che sembra scemo nel modo stralunato in cui si scorda di te, nell’istante esatto mentre stringe la mano e la ritrae con la monetina, ma ti rimette in strada col dubbio di essere precipitato con le tue stupide conclusioni. E’ lui in ritardo o sono i tuoi neuroni che per la fretta di arrivare, ora, sono troppo spompati per capire lui? Forse non è che un po’ scemo per via di quella faccia accigliata e un po’ pagliaccia che, nel dubbio che instilla, nasconde qualcosa e probabilmente anche a lui ignota.
Incontro giorni in cui per la strada i volti della gente sono una sorpresa come tanti pesci in una rete. Storie che vorrei conoscere e mi limito a raccontarle a me stesso per gioco e per trovare un senso ultimo di tutto quel su e giù lungo i marciapiedi, mentre passo oltre e le urla lamentose di una donna mi sbattono in viso come una folata di vento caldo, attraverso una finestra spalancata d’un colpo. Una madre in affanno perché il caffé sale e brucia , un bimbo le piange addosso appeso al collo e il marito latita in un’altra stanza inseguendo le ultime sul calciomercato.
Una finestra, una vetrina. Una confusa e piena di gente con gl’occhi gonfi in fila per la colazione con cappuccino e brioches. Un’altra, impolverata e stantia, è il negozio di Horus. Si nota, certo, con quello scaffale di legno dove si ammucchiano, in calcolato disordine, borracce di latta bucate e ammaccate nella prima o seconda guerra che, d’istinto, vorrei sfiorare quasi per ascoltare tutte le bocche che da lì hanno sorseggiato del vino con una punta d’aceto, grappa cotta in una cantina e forse troppo o soltanto acqua. Cimeli vari di riflessi che la polvere ha ammazzato, compresa una maschera antigas in cui ogni giorno intravedo un gigante topo morto avvelenato e quella lontana sensazione che mi ha messo lo stomaco sotto sopra fin da piccolo, per l’unica volta che vidi davvero un film stile “The day after”, ma che ancora non riesco a togliermi quel suo gusto da guerra fredda, ferroso e di calcestruzzo rosso pallido arrugginito al tramonto, come i veri ’70 che ho sfiorato per un soffio.
Una vetrina dopo l’altra e mi specchio spettinato in un riflesso ombra al retrogusto del primo giro di caffé e nicotina. All’interno una donna porta una cuffia a barchetta arenata tra dei capelli ancora agitati da una tempesta di sonno. Serve pizzette a dei ragazzini che se la ridono tra loro senza badare a lei nemmeno quando pagano, mentre il viso del mattino le disegna un lieve sorriso che non pianterà alcun ponte perché nessuno, forse, lo noterà mai abbastanza. Magari domani, magari andrà diversamente. Vado oltre, mani in tasca, il mattino ha l’odore dell’asfalto che s’asciuga, ma respiro guardando il cielo terso e, per qualche secondo, nei miei polmoni non entrano che il sole e le cime dei pochi alberi verdi stropicciate dalla brezza di lassù. Evasione. Immaginazione. Non importa. Mi sento pieno così, nei giorni in cui qualcuno manca. Perché ci sono dei giorni in cui l’improvvisazione della vita suona un jazz che non è consentito resistergli oltre, devi prenderla e ballarci dentro fino alle ossa.
Come basta una sera, uguale a ieri soltanto, a scordare le corde del jazz e chiudere ancora le speranze proiettate nel mio mondo un po’ diverso, perché in democrazia se si gioca da una parte, si vince e si perde; e si perde che alla conta dei punti ti mancano anche le gambe per cercare un’altra fetta d’anima da rischiare in una nuova partita. Speranza, impotenza, lacrime, la sconfitta ha un sapore atavico che mi ricorda gl’occhi bassi di mio padre in tuta blu che bruciavano fino a poco prima, sopra un pagina di giornale; rimanda alla figura possente e dritta di mio nonno contadino, ancora giovane e comunista, che alza le spalle una volta, e una soltanto, per non vedere il muro dietro de sé e andare oltre. E mi avvicino inesorabilmente alla dispensa comune di consolazione preventiva, perché una madre come mia madre, comunque vadano le cose, ucciderà il vitello grasso perché la vita va avanti e così è sempre stato. Sono quelli che la storia l’hanno nel sangue e non rinunciano al sogno di cambiare il loro pezzo di mondo con l’opposizione messa tutta a pompare nel cuore, anche se rimane impressa nel loro destino e poi, il resto contro, oggettivamente, era una valanga.
Arrivano sere così, che la pelle ha trasudato ogni umore fin dall’alba, fin dall’apertura dei seggi con la responsabilità d’essere presidente e la fanciulla commozione del militante. Acre tensione che non vedevo l’ora di scrollarmela di dosso come un serpente la sua vecchia usurata faccia…Ieri sera girava pure qualche nota blues, stonata dal vino di colore denso come sangue, le risate starnazzate a tavola che tanto vale ridere o piangere, se hai delle radici a cui stringerti aspettando che la delusione sia finalmente sazia di illusioni e ti abbandoni a ripartire in pace.
Giorni come questi possono sembrare tanto pieni che al tramonto non ti aspetti nient’altro perché cos’altro ancora potrebbe accadere?...
Che lei venisse dal campo, dalla sterrata, tra la poggia sottile e scura, altra musica di un ospite inatteso, stretto in un lungo cappotto bianco, assorbente di luce come a scherzare con una notte d’ombre e minuti specchi d’acqua. Una donna che aveva nei capelli e negl’occhi quel velo bagnato di chi vaga bussando qui e lì, in cerca di una porta aperta per scappare il temporale annunciato.
E’ apparsa sulla porta con un certo suo sorriso che parla allo straniero, pallida in un viso chiaroscuro scavato in certe docili ombre, come ricordo di un tempo lontano, che stavo per dirle
-Davvero ci conosciamo?
