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venerdì 27 giugno 2008

Un arcobaleno sul ponte della Ghisolfa

Fermi sul ponte della Ghisolfa
in un imbuto di macchine in tre file
Il tizio della Ford sputa la calura
e la cicca dal finestrino
tra decine di rottami di latta
fatti di specchio.
Vedono l’ora
si consolano di progresso
il dopo verrà e forse sarà niente,
oltre il riflesso, non farà male
non importa un accidente.
E' tutto asfalto che cola come appena steso
E' un incessante borbottio di gas
la tosse metallica che ci soffocherà.
I binari della ferrovia corrono, sotto di noi
a nascondersi tra scheletri ferrosi
di antiche glorie locali, ossidate,
le fabbriche della Bovisa.
Dappertutto, un velo di nebbia sul sole
che chiacchierando potresti dimenticartene
ma è sempre lì, la vedi tra i pochi alberi
mosci sul punto di svenire
e accasciarsi contro i palazzi
di ceramica marrone.
Il caldo confonde,
è un'allucinazione che mischia tutto
uomini compresi.
In coda con noi, immobile, sbiadito
beffardo da troppo tempo
il cartellone del Casinò di Campione
Un tir parcheggiato eterno
dove non c'è più spazio
per respirare.
Butta la Marlboro e dice:
"Questa zona verrà rivalutata"
Guardo un vecchio laggiù
ai piedi della tangenziale
s'asciuga le sembianze con un fazzoletto
per tenersele attaccate alla faccia
qualche minuto ancora.
Per mano una bambina.
Soffia in una girandola arcobaleno
e freme per andare, attraversare,
chissà cosa s'aspetta...
Non è tutto uguale.
Accende l'ennesima Marlboro e dice:
"Io comprerei casa, qui. Un affare."
Chiudo gl'occhi,
gira un arcobaleno
Ringrazio un piccolo fiore
perchè non sa che sia
il destino...
Apre se stesso al cielo
sfiora l'infinito che trova
senza confini
verso la fine che prima non c'era

mercoledì 25 giugno 2008

Biologicamente senza pane

Sono entrato per prendere una pagnotta nel negozietto biologico al civico dopo il mio verso le sette di sera. Non sapevo vendessero pane, ma oggi l'ho scoperto per caso scritto cubitale su un cartello colorato. Un bambino ci giocava e ha attirato la mia attenzione. Ci passo ogni tanto, il più delle volte distratto, il più delle volte la mattina presto e col letto sulle spalle, e poi dipende da... oggi andrò a destra o a sinistra appena fuori dal portone? Me lo chiedo da anni, ma presto ci darò un taglio. Lui sta a sinistra e io inspiegabilmente vado quasi sempre a destra. Sarà che c'è un po' di umanità che si sveglia per via Imbriani, i negozi, quel buco che vende trippa e nervetti freschi che mi ricorda le passioni di mio padre e certi retaggi contadini che stridono in città, e poi i bar, l'edicolante rintronato che col caldo non porta più il cappello da banchiere dell'ottocento, i pensionati seduti sul marciapiedi col giornale, caffè e sigaretta, a urlare con la loro anima da periferia contro il Berlusca, i pezzi grossi che sanno fare solo i pezzi grossi e il barista che non esce in strada a ribattere alle provocazioni. Così evito piazzale Lugano oltre la sinistra, dietro l'angolo, con quella imponente pubblicità di un casinò, che ti fa meditare sulla stupidità umana capace di piantare un idolo di carta sopra una montagna di merda, alla faccia di tutta la gente ai suoi piedi, intorno, che si tura il naso ogni giorno per sopravvivere e non pensarci troppo. Di fianco, l'ingolfato ponte della Ghisolfa, sulla ferrovia, che porta il peso della Milano stressata in tangenziale, sono cose che non mi aiutano ad iniziare la giornata e vado a destra, se non è giorno di mercato perchè, nel caso, è tutt'altra storia, ma non di questa sera. Mi piace variare e qui le scelte sono due.
Dicevo... sono entrato e uscito senza pane, come capita nelle faccende della mia vita, entro con un motivo, ne esco con l'averlo scordato e con altro per le mani. Il negozio sarà come molti altri di quello stampo, biologico, colorato di stoffe esotiche, equosolidale, ma l'uomo dietro il banco non lo trovi da nessun'altra parte. Prenoto il pane, funziona su prenotazione, parliamo di pane e sua moglie, al telefono con un fornitore in India, e siamo finiti a mangiare biscotti al camut che dev'essere una farina a me tanto ignota che leggendomelo in viso, tanto per fugare ogni dubbio, mi offre un bicchiere di vino. Naturale come se mi aspettasse. Poi scatta sulla sedia e si ricorda d'avermi venduto una tartaruga piccola piccola intagliata in una noce dura dura. "Ah, ma ti avevo fatto pure un fiore al mais, no?", come sta lei, le sono piaciuti? Ehm... Si certo! Cin cin, ho risposto. S'è messo a ridere e io con lui. Bicchiere vuoto, ma ci tornerò.

venerdì 6 giugno 2008

E mi sembra ogni centimetro al suo posto

Le sere semplici come questa, ad ascoltare la pioggia in silenzio con Sabrina, seduti sui gradini che danno sul cortile, arrivano che non ci credi. Che parole servano, per dire cosa, non interessa più. E mi sembra ogni centimetro al suo posto. I peruviani hanno traslocato oggi qui di fronte, all’altro lato del cortile, e sistemano vecchi mobili anni settanta, girano materassi, ma non scorgi chi li porta mentre passano a turno alla finestra. S’impartiscono ordini sconnessi l'un l'altro, attraverso un pezzo di cucina, uno si pesta un piede, impreca e io mi sento vivo. Lassù, al terzo piano, la biancheria dei cinesi cola dimenticata sul balconcino. Il fritto arriva e da quale fessura verde illuminata non lo saprei dire. E’ tutta vita nascosta col velo di sposa, è presenza vicina, pudica, ma ho l’impressione si curi di avvisarmi che è qui con me, questa sera. Un padre al figlio che gli urla - Imbecille, non lo dovevi fare!- replica più rassegnato che arrabbiato - Stronzo, sono tuo padre!- e un bambino, oltre la tenda parasole al piano di sotto, piange... dal fondo di luce ombrato, tra gl’alberi, tacchetta il passo di una donna invisibile sotto l’ombrello, ci scorre di corsa a due passi, senza badare a noi e ricordo che c’è tutto, è tutto a posto.
Un bambino piange e qui la vita è tutta. E’ tutto qui un mondo tornato anche col pancione del vecchio bianco seduto qualche metro sulla mia testa. La canottiera, quel pelo esibizionista, ma che importa, se qui ciascuno è a casa sua. Non è Milano questa. Non nasconde ciò che è. L’avevo persa di vista tanto che mi chiedo dove sono stato, e come a volte capita per un sogno, non so rispondermi. L’ho scordato proprio sta sera.

sabato 19 aprile 2008

Da qualche ora non piove...

Da qualche ora non piove
e sulla strada scura giocano
colorati e tremuli barbagli
caduti dalle vetrine, dai lampioni
dalle poche finestre ancora accese.
Sono i vetri di una chiesa
esplosi in quell’universo
che mi cingeva
ragazzino
sopraffatto anche nell’anima
dalla sua confortante
monolitica
grandezza
Adesso, basta un lieve vento fresco…
Porta con sé lo sferragliare
liquido di un tram
La corsa di un’auto
che fugge via
nel fruscio di un’onda
che ritorna per dissolversi
dov’era partita
Uomini sui marciapiedi
a litigare per inerzia e futilità.
Suoni abissali
confusi
in un gorgoglio
catturato ad un angolo
della mia città
Sembrano giungere da molto lontano...
a disperdere i miei pensieri
A lasciarmi vuoto di tutto me stesso
Qualcuno
chissà dove
avrà spalancato una porta
e il mio mondo
scivola via
scomparendo
diluito nel sospetto
che il nulla pesi
quanto l’universo intero
E che l’uomo
è
forse
la sua opera bella
ma si guarda allo specchio
ignorando
che di lui
esiste
solo
il riflesso
di un sorriso divertito
del caso

lunedì 25 febbraio 2008

Due del mattino

La mente
ancora vagabonda
cammina per i vicoli semibui
di questa periferia
raccogliendo voci ovattate
interrotte dall’interno
in bettole affacciate sulla strada.
Volti segnati
arrossati e grigi
dal bicchiere
dal fumo
Operai, forse...
Molti di loro sono stranieri
che aspettano
le ore
senza troppe domande
Bevendo le ultime speranze
dal sapore mai provato
di una giustizia uguale
La salvezza
di un’assoluta
biblica distruzione
che brucia fin dallo stomaco.
Altri, abbandonati moglie e figli
avranno scordato perché
sono arrivati fin quaggiù
in questa prigione
d’aria fetida
di sudore fritto
fumo e smog
Gomito a gomito con gente
mai conosciuta

E io scivolo via, lontano
senza perdere di vista nessuno di loro...
Oggi non ho fratelli
Sono come ieri, orfano senza casa
Parvenza di straniero
con nient’altro che una foto in tasca